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sabato 13 febbraio 2010

LES MILLE ET UNE NUITS



La FALENA.
   Un frammento, una farfalla schiacciata tra due pagine d'un libro di favole. Una realtà minima legata alla favola, da spiegarsi solo con un'altra favola.
  Raccontar favole talvolta giova, perché anche le favole, se appropriate, sono strumento di conoscenza. Così argomentava Angelo Poliziano nell'introduzione allo studio degli ardui testi d'Aristotele. Tutti ricordiamo le favole della nonna e della mamma. Tutti, tra i nostri primi libri di lettura e d'apprendimento, abbiamo avuto libri di favole.
   Chi non ha letto, almeno parzialmente, la meravigliosa raccolta delle Mille e una notte? Un libro sapienziale, che apre molte porte su un mondo, una cultura, una civiltà antica e ricca. Un libro che ha potuto attrarre anche un poeta cineasta come Pier Paolo Pasolini. Un libro che può catturare sogni e farfalle. Ora vi narro come sono andate le cose.
   Il sonno sopraggiunse irresistibile. Tina poggiò il libro aperto accanto al lume, soffiò sulla fiamma e, nel buio, s'abbandonò sul cuscino. La falena abbagliata, che per tutta la sera non era riuscita ad allontanarsi dal lume, finalmente al buio, si posò sulla pagina aperta e vi trovò quiete.
   Tina aveva quindici anni e frequentava il ginnasio. Amava leggere molto e il suo libro preferito, riservato per la sera quando si metteva a letto, erano Les Mille et Une Nuits, tradotto in francese da Galland, dono di nonna Elsa, perché si esercitasse nel francese che studiava a scuola. Un libro pubblicato a Parigi nel 1846, illustrato con piccole scene incise che raffiguravano geni alati, orchi spaventosi, scaltri Visir e bellissime Sultane, sul quale la nonna aveva scritto il suo nome in bella calligrafia ottocentesca.  

   Scheherazade l'affascinava. Dalla sua bocca, come il Sultano, beveva estatica quelle fantastiche e interminabili favole. Salvo poi la notte a sognare qualche spaventoso mostro, o orco con la scimitarra alzata, che la minacciavano. Allora si svegliava impaurita, accendeva il lume e si guardava attorno, rassicurandosi di trovarsi nel suo letto, nella sua casa, al sicuro.   Quella sera il sonno era sopraggiunto mentre leggeva la pagina 128, con l'Histoire de la Princesse de Deryabar. Una favola che molto l'attraeva e avrebbe voluto leggere d'un fiato. Il sonno però l'aveva vinta e in sogno, per tutta la notte, aveva inseguito quella principessa e quel nome: Princesse de Deryabar.   Quando si risvegliò entrava già un raggio di sole attraverso la finestra. Seduta sul bordo del letto Tina vide posata sul libro la pallida falena che, per tutta la sera, aveva sfarfallato intorno al lume. Princesse de Deryabar, pensò d'un lampo. Non puoi sfuggirmi. E sollevato il libro piano piano, lo chiuse di scatto, catturando la falena fra le pagine della favola.   Così il libro, con la falena attaccata a pagina 128, conservò a lungo per Tina, e ancora per noi, un frammento di quella sera, di quel sogno. Guardate questa fotografia e lasciatevi avvolgere dal ricordo di un mondo passato e dalla voglia di giorni migliori.


giovedì 4 febbraio 2010

IL GRIFO E L’ANCORA




Prima aggiunta

    Appena otto anni prima, nel 1525, Erasmo da Rotterdam tesseva l'elogio delle officine Aldine, scrivendo da Basilea a Francesco d'Asola, erede di Aldo il Vecchio: «le vostre officine mi sono care quanto le buone lettere, che amo tantissimo e che alla vostra impresa devono tanto quanto a nessun'altra». Il genio d'Erasmo s'inchinava all'impresa dell'Ancora.
    Lo stesso Erasmo, che conosceva bene i protagonisti della cultura umanistica italiana, ne ricordava con rimpianto i grandi maestri, Ermolao Barbaro, Angelo Poliziano e il più giovane Filippo Beroaldo, le cui opere ammirava (…quorum scripta semper veneratus sum…).
    Ora quel Poliziano, venerato da Erasmo, si può leggere all'insegna del Grifo lionese. E il suo lettore sembra condividere le convinzioni erasmiane. Egli ha lasciato sul libro tracce, non numerose ma eloquenti, che ne rivelano l'ammirazione per il Poliziano: alcune postille alla prolusione di Poliziano a Svetonio, il suo ex libris, e, infine, una rilegatura in pergamena insolitamente "polizianesca".

 
(Continua)

domenica 17 gennaio 2010

IL GRIFO E L’ANCORA






Frammento di un discorso storico

    Il frammento che ci affascina non è questa volta di carta o di pergamena, ma le parole iniziali di un discorso rimasto interrotto. Il lettore del Cinquecento, nel momento di chiudere il libro, vede nell'ultima carta il marchio tipografico dello stampatore e annota:

«L'Anchora ha perso sua conditi<o>ne,… »

   Il libro che ha tra le mani è il terzo tomo delle opere di Angelo Poliziano, quello che contiene le Praelectiones, Orationes & Epigrammata, stampate a Lione da Sébastien Gryphe nel 1533. L'edizione è certamente ottima e il lettore umanista ne è contento. Egli sicuramente sa e ricorda che l'opera latina del Poliziano ha avuto la sua edizione principe nel 1498 ad opera di Aldo Manuzio (Venetiis in aedibus Aldi Romani, mense Julio MIID). Quella edizione fece epoca e a distanza di 35 anni non è stata dimenticata. Nessun editore italiano avrà la capacità o la forza di ripeterla. Bisognerà aspettare altri venti anni per veder comparire una nuova edizione di pari livello e ciò avverrà in Svizzera, a Basilea nel 1553 (Apud Nicolaum Episcopium Jr.).

   Nel frattempo il nostro lettore umanista può contentarsi dell'edizione di Lione, non senza rimpiangere l'edizione Aldina. L'editoria umanistica sta cambiando casa e il marchio di Aldo, l'ancora, sta cedendo il suo primato. L'Editore francese ne imita le caratteristiche più originali, quali quelle del piccolo formato e del carattere corsivo italico. Questa consapevolezza, che stimola tanta saggistica storica dei nostri tempi, viene intuita dal lettore contemporaneo ed espressa in una breve frase, lasciata aperta con una virgola. Egli aveva forse in mente di aggiungere altre osservazioni? Che cosa avrebbe detto? Il breve frammento, nell'icastica espressione di poche parole, basta a mostrare come in un lampo la crisi di un'epoca.

(Continua)