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domenica 27 ottobre 2019


Rossano

 

Il Codex Purpureus Rossanensis nel comò dell’arcidiacono.

 

Il Codex Purpureus Rossanensis, oggi patrimonio dell’Unesco e universalmente famoso, ha conosciuto in passato la mortificazione di restare celato nell’oscuro cassetto di un comò: quello della camera da letto di un arcidiacono del collegio canonicale rossanese.

La curiosa vicenda è venuta alla luce nella narrazione di Christofher De Hamel, a pag. 47 del suo bel libro: Storia di dodici manoscritti (ed. italiana, Milano, Mondadori, 2017). Nel descrivere il celebre codice noto come i Vangeli di Sant’Agostino (Cambridge, Corpus Christi College, Ms 286, fine sec.VI), De Hamel, docente al Corpus Christi College di Cambridge e bibliotecario della Parker Library, scrive:

 

«A questa carrellata di manoscritti miniati del VI secolo va aggiunto uno straordinario corollario. Non fosse stato per un mero caso, anche il Codex Purpureus Rossanensis avrebbe potuto trovarsi oggi alla Parker Library. Mio energico predecessore nella veste di bibliotecario del Corpus Christi fu, nel XIX secolo, il cacciatore di tesori e classicista Samuel Savage Lewis (1836-1891), famoso per la sua lunga barba nera. Sua moglie, Agnes Smith Lewis, formava con la sorella gemella una coppia, «le sorelle del Sinai», di mirabolanti viaggiatrici ed esploratrici dell’Oriente cristiano in un’epoca in cui imprese del genere erano quasi esclusivo appannaggio dei maschi. Nella biografia del marito da lei scritta dopo la sua morte, Agnes Lewis racconta della loro visita a Rossano, nel dicembre del 1889, per vedere il famoso Vangelo. Non si riusciva a trovarlo. Alla fine fu rintracciato a casa di un arcidiacono, che lo teneva in una scatola di cartone in un cassetto della sua camera da letto. Il religioso e Lewis iniziarono a discutere a bassa voce del suo valore e della necessità del primo di denaro per acquistare arredi per la chiesa. Si udì la parola immediatamente. Al rientro a Napoli l’imprevista trattativa prese una piega serissima. Venne proposta la cifra di mille sterline. Il racconto della signora Lewis prosegue così: “Dopo avere telegrafato in patria per chiedere fondi, a mio marito venne la pazza idea di riprendere il treno per Rossano, arrivare a mezzanotte, darsi appuntamento con i preti alla stazione e tornarsene con il treno successivo con il manoscritto in tasca”. Scoppiò ovviamente una violenta lite familiare, come può accadere in vacanza, e Agnes Lewis, in un deplorevole accesso di rettitudine presbiteriana, mise il veto alla transazione».

 


Naturalmente non è condivisibile il giudizio del De Hamel che definisce “deplorevole” il corretto scrupolo di coscienza dei Lewis. Sembra che De Hamel voglia sfoggiare in questa occasione quell’umorismo tipico della sua gente,‘all’inglese’ appunto.

In ogni caso, però, è interessante verificare direttamente la biografia scritta da Agnes Lewis e leggere il racconto originale, che qui riporto in lingua italiana (Agnes S. Lewis, Life of the Rev. Samuel Savage Lewis, F. S. A., Fellow and Librarian of Corpus Christi College, Cambridge, Cambridge, Macmillan & Bowes, 1892):

 

[pp. 208-209] [A Rossano] «Ci rivolgemmo ai Fratelli Bianca, negozianti locali di vini e olio, per i quali un amico siciliano ci aveva dato una presentazione, e trovammo tre fratelli, belli come giovani Apollo, uno dei quali ci accompagnò in Cattedrale.
Abbiamo spiegato loro che l'obiettivo principale della venuta a Rossano era di vedere il famoso Codex Rossanensis, un MS. dei Vangeli risalente al quinto o al sesto secolo. Il signor Bianca non sapeva dove fosse, ma poiché avevamo una presentazione al Vescovo, e il Vescovo era morto di recente, ci portò al Palazzo episcopale e fummo ricevuti cortesemente dal Vicario del Vescovo.
Il Vicario stava tenendo un capitolo. Samuele vinse prontamente la sua buona volontà mostrandogli piccole fotografie colorate dei college di Cambridge, e spiegando che viveva in uno di questi, e anche che aveva i Vangeli di Sant'Agostino sotto le sue chiavi. Il Vicario chiese se fosse cattolico e sacerdote. Samuele rispose: "Sono un sacerdote della Chiesa nazionale, e il nostro motto è "Deus et Patria!". Il Vicario si consultò poi con i suoi confratelli e alla fine disse a uno dei suoi servitori laici di condurci alla casa dell'Arcidiacono, dove era il Ms.
[Il Vicario] ha gentilmente accettato un paio di fotografie; uno dei suoi confratelli ne chiese un altro paio e andammo alla casa dell'Arcidiacono.
Era modesta e la porta ci fu aperta da una donna con due bambini. Ci accompagnò in una piccola camera, riscaldata da un braciere incandescente. L'Arcidiacono apparve in abito di laico, dicendo con molta cortesia che lo avevamo disturbato durante i suoi studi mattutini, e chiedendoci di aspettare qualche minuto finché non si fosse messo la tonaca.
Poi ci portò nella sua camera da letto e chiese a Samuele se fosse un prete. Samuele diede la stessa risposta che aveva dato al Vicario e l'Arcidiacono osservò: "Allora io e te possiamo leggere il Ms." . Aprendo un piccolo cassetto, tirò fuori una scatola di cartone e mostrò il prezioso volume. Contiene i quattro Vangeli vergati in lettere d'argento su pergamena viola. Il signor Bianca ha chiesto se fosse arabo, ma gli abbiamo spiegato che era greco, e tutti e tre avremmo potuto leggere senza difficoltà.
Mia sorella desiderava verificare un passaggio della storia della nascita di nostro Signore come raccontata da San Matteo, e chiese all'Arcidiacono se poteva mostrarle una edizione del Testamento greco o latino per poterlo identificare più facilmente.
Ha confessato di avere in casa solo un Testamento latino. Ma non era possibile trovarlo, e abbiamo sospettato che non poteva leggere il prezioso Codice.
Al volume mancano purtroppo alcuni fogli e si trovano nella Biblioteca Vaticana, a Patmos, a Parigi e a Vienna. Ci sono splendide miniature all'inizio del volume, le scene principali che abbiamo notato sono l'Ultima Cena, l'Agonia nell’Orto, Giuda che si impicca davanti al Sommo Sacerdote, Pilato che giudica davanti a una folla che urla, e ritratti di uomini, alcuni coronati, che, ci ha assicurato l'Arcidiacono, sono i profeti minori. Il manoscritto era evidentemente in mani più competenti cento anni fa di quanto non sia ora; poiché l’antico custode si prese la briga di fare un indice alle sue 173 pagine, trascrivendo, traslitterando e indicando le varianti delle lettere arcaiche nella prima parola greca di ogni capitolo.
La camera da letto di una casa umile è, tuttavia, un luogo di custodia non appropriato per un tale tesoro. L'Arcidiacono ci ha sconvolto chiedendoci quale pensavamo potesse essere il suo valore monetario, e noi in cambio l'abbiamo inorridito chiedendo se i suoi confratelli se ne separassero con un ostensorio d'argento col quale mettersi in maggior risalto».

 

[pp.214-215]: «Giunti a Napoli iniziammo a negoziare seriamente per l'acquisto del Codex Rossanensis, che non era stato registrato come possedimento della nazione italiana, e che, tenuto in una casa privata, correva pericolo di distruzione con il fuoco.
Samuel avendone parlato con i preti di Rossano, ansiosi di avere il prezzo speso per i mobili della chiesa, affermò che uno di loro aveva sussurrato all'orecchio la parola "immediatamente". Quindi, dopo aver telegrafato a casa per i fondi, ha formato il folle progetto di prendere il treno per tornare a Rossano, arrivando a mezzanotte, incontrando i preti su appuntamento alla stazione, e tornando con il MS acquistato nella sua borsa con il treno successivo.
Invano facevamo presente che un simile procedimento equivaleva a corteggiare la scomparsa del MS, di 1000 sterline, e di se stesso come uomo civile. Non voleva ascoltare alcuna obiezione, e fu dissuaso dal tentativo solo dall'opinione del signor Rolfe, che argomentava che questo sarebbe stato il modo più sicuro per suscitare il sospetto della nostra disonestà nelle menti dei sacerdoti.
Il signor Rolfe ha continuato i negoziati per alcuni mesi dopo il nostro ritorno a Cambridge, ma senza effetto».
 

Il senso di responsabilità e la correttezza prevalsero nei Lewis ed ebbero la meglio sull’irrefrenabile istinto di Samuel Savage Lewis, ingolosito da quel libro meraviglioso, celato in un luogo modesto e esposto a grandi rischi. Non sfuggivano, infatti, all’attento bibliotecario di Cambridge il pericolo di deterioramento (o, addirittura, di distruzione in caso d’incendio) che l’ambiente riscaldato d’una camera da letto e l’aria fumosa per l’uso domestico di legna e carbone, poteva causare sulla pergamena, sugli inchiostri e sui colori delle miniature.

Uno studioso assai colto come lui, davanti a quella trascuratezza e mancanza di consapevolezza della preziosità del Codex da parte dei preti rossanesi, che sembravano più interessati al valore venale del codice, non poteva che convincersi che il volume meritasse più attenti custodi. Quei preti si mostravano anche inadeguati al suo studio, dal momento che non disponevano nemmeno del più elementare testo di verifica, la versione latina della Vulgata. Un particolare questo che nei visitatori anglicani non poteva che suscitare meraviglia e sospetto circa la capacità dei religiosi cattolici di interpretare il codice.

         Ma siamo nel ‘lontano’ 1889 !

Oggi il Codex Purpureus Rossanensis, glorificato come ‘Patrimonio dell’Umanità’ dall’UNESCO, illustrato nei suoi alti pregi da famosi accademici, liberato dalla scatola di cartone e dal cassetto dell’arcidiacono, è conservato in una teca blindata e climatizzata, ben vigilato e al sicuro dagli incendi nel museo dell’arcivescovato, dove si crede che agli studiosi di tutto il mondo sia anche possibile, oltre che l’accesso al prezioso volume, trovare anche le condizioni migliori per studiarlo.

La miglior tutela e conservazione del Codex Purpureus Rossanensis non può che essere la consapevole cura e lo studio sempre più approfondito che Rossano e la Calabria sapranno dedicargli.(© Tutti i diritti riservati)

martedì 23 luglio 2019


3  -  Scigliano

 

-Pergamena di Scigliano del 1631.

 

Ho già ricordato come la cattedrale di Martirano sia stata più volte distrutta dai terremoti. Nel corso del tempo lo stesso Vescovato, al cui ambito apparteneva Scigliano, andò perdendo importanza e nel 1818 fu definitavamente soppresso[1]. L’archivio diocesano condivise ogni catastrofe e andò in gran parte distrutto, mentre qualche raro documento fu disperso. Casualmente ne può affiorare qualche traccia.

Superstite a queste sciagure è un atto notarile pergamenaceo, da me recuperato casualmente presso un libraio francese e che voglio condividere con quei calabresi, se ne restano, che amano la storia di una terra bella e sfortunata.

La pergamena è stata vergata a Scigliano nel 1631 dal notaio locale Giovanni Angelo Mesoraca[2] e contiene lo strumento di vendita di un querceto della vedova Laurenza Ariano a favore del Sacro Hospidale, rappresentato dal Vicario e Procuratore del Vescovo Luca Cellesi (1627-1661), che aveva assentito e autorizzato l’acquisto.

Alla stipula dell’atto si era giunti attraverso alcuni passaggi preparatori, narrati nel testo del contratto.

In data 3 Ottobre, alla presenza del giudice ai contratti Aurelio Gentile e dei testimoni, il notaio regio Giovanni Angelo Mesoraca scrive il rogito. Laurenza Ariano, personalmente presente, vende al Sacro Hospidale nella persona del suo procuratore Don Vitaliano Arcuri, per il prezzo di 40 ducati d’argento, «uno suo territorio arborato di cerze in loco detto Le Destre seu Rovetta vicino et quasi di dentro il territorio del Sacro Hospitale».

Alla stesura del rogito presenzia una piccola folla di persone: il giudice ai contratti Aurelio Gentile, la signora Laurenza Arcuri, vedova di Fabrizio Arcuri, di Scigliano Calvisi, Don Vitaliano Arcuri, procuratore del Sacro Hospidale, il chierico Giulio Stocco, Don Pietro Francesco Foco, il chierico Ludovico Pallone, il chierico Didaco Arcuri, il chierico Gregorio Mastroianni, Giuseppe Cerminara.

Il nuovo terreno va ad arricchire il patrimonio della Chiesa locale, non ancora dissestata dalla poderosa spallata demolitrice di pochi anni dopo per effetto del violento terremoto del 1638.

Trascrivo il documento senza altre osservazioni. Nuove ricerche, mie o di altri, potranno dare l’opportunità di valutarlo più ampiamente.

 

 

1631, 3 Ottobre. Scigliano.

 

Pergamena, mm 440 x 247. Note archivistiche dorsali. Inedita.

 

«In Dei nomine amen. Anno Circumcisionis eiusdem millesimo sexcentesimo trigesimo primo, regnante serenissimo et catholico Domino Philippo quarto de Austria / Dei gratia rege Castelle Aragonum Dalmatie Croatie Ungarie Hyerusalem Utriusque Sicilie et aliorum regnorum, regnatus vero eius anno decimo falente (?). / Amen. Die vero tertia mensis octobris decimequinte indictionis, in terra Scigliani, Nos Aurelius Gentile regius ad contractus iudex, Ioannes Angelus Mesoraca de dicta terra / publicus per provincias regia auctoritate notarius, et testes subscripti ad hoc specialiter vocati atque rogati nostro presenti scripto publico declaramus notum facimus ac testamur qualiter / eodem predicto die Convenuti personalmente in presentia nostra Laurenza Ariano vidua del quondam Fabritio Arcuri di detta terra astante alle cose infrascritte per se in proprium d’una parte et il reverendo Don / Vitaliano Arcuri procuratore del Sacro Hospitale di detta terra procuratorio nomine et pro parte dicti Sacri Hospitalis et cum intervento del Reverendo Vicario foraneo et assenso / di Monsignor Illustrissimo Vescovo di Martirano agente alle cose infrascritte nomine quo supra in proprium dall’altra parte, cuius tenor dicti assensus de tenoris sequentis: Magnifico et Reverendissimo Monsignore / Laurenza vidua del quondam Fabritio Arcuri della terra di Scigliano Calvisi humilmente supplicando li fa intendere come si ritrova uno suo territorio arborato di cerze in loco detto Le / destre seu Rovetta vicino et quasi di dentro il territorio del Sacro Hospitale di detta terra, quale terra desidera venderla, et essendo molto approposito comprarla detto Sacro Ho- / spitale mentre sono dentro le sopradette terre la sopradetta resti servita prestare il suo consenso et dar ordine al procuratore di detto Sacro Hospitale che voglia attendere a detta compra, et il / tutto lo reputa a gratia singularissima ut Deus etc. Il nostro Vicario furaneo di Scigliano etc. s’informi dell’esposto et si fenisca. Martirano 30 Settembre 1631. Lucas Episcopi Marturani. Don / Giacomo Rende Vicario furaneo di Scigliano fa relatione a Monsignore Illustrissimo che la predetta portione arborata di cerze et altri arbori è molto necessaria comprarsi dal Sacro Hospitale / di Scigliano stante che tanto contigua col terreno di detto Hospitale rimanendo luoco che non si possa vendere senza farsi danno l’uno all’altro et l’altro all’altro perciò le posso molto espedi- / tare farsi detta compra piacendo a cossì a detto Monsignore Illustrissimo et questo dice die 30 Settembre 1631. Martirani Jacobus de Rende Vicarius foraneus signavi. Il nostro Vicario furaneo di Scigliano etc. / stante la retroscritta relatione faccia l’instrumento con l’oratione della compra di detta possessione a favore dell’Hospitale con le debite cautele facendola prima stimare da stimato- / ri communi. Martirano il primo di Ottobre 1631 Lucas Episcopus Marturanensis. Detta Laurentia ha asserito in presentia nostra tenere et possedere iuxto titulo et bona fide como signa / et più uno cerzito in loco detto Le Destre seu Le Rovetta confine la possessione dell’heredi del quondam Ciancio de Ariano, l’heredi del quondam Giannino Falanio li beni di detto / Sacro Hospitale et altri fini fianco, et havendo fatto l’assensione predetta sono venuti a conventione cum dicto procuratore nomine quo supra et publica carta con la pia- / ciuta et piace più hoggi preditto di supra ni dolo etc. et amori nostri misericordia etc. libere vende et titulo venditoris e una, et assigna lo preditto Cersito ut supra et finato a ditto Sacro / Hospitale mettendolo in possessione per fructim perenne ut iuris et moris est et convenuto per prezzo di ducati quaranta conforme per estima fatta per il Reverendo Don Giovanni Berar- / dino Mesoraca di detta terra quali docati quaranta presentialiter et manualiter sellericeve (così) di moneta d’Argento, del quale prezzo si chiama ben / contenta et dove detto Cersito valessi più questo di più lo dona a detto Sacro Hospidale donationis titulo inrevocabiliter inter vivos que donatio fa / si che per l’avenire passi in pleno dominio di detto Sacro Hospidale ad habendum cedens omne ius et constituit se per simplex constitutum etc / tenere etc. promettendo detta Laurenza cum iuramento sollenni stipulatione detta venditione et donatione et tutte le cose predette sempre / habere ratas ac ratas eoque attendere et contrarium facens aliqua ratione etc. Dei cum iuramento promisit de evictione teneri in ampla / forma quia supra Pragmatibus omnibus observandis etc. detta Laurenza obligavit se realiter et personaliter et bona ipsius omnibus sub pena untiarum / auri vigintiquinque fisco etc. cum constituto et precario nomine etc. obligavit se etc. iuravit etc. Unde ad futuram rei memoriam certitudinem et cautelam / dicti Sacri Hospidali factum est ex inde de premissis omnibus hoc presens publicum instrumentum mea propria manu scriptum / subscriptum et abscriptum subscriptorumque iudicis et testium subscriptionibus roboratum, quod scripsi ego Ioannes Angelus Mesoraca / de Scigliano publicus et Regius Notarius ipsumque meo solito signo signavi rogatus etc. Datum die mense anno indictione et regnatus / quibus supra etc. Et in fidem etc. /

Ego Aurelius Gentile Regius ad contractus iudex interfui /

Ego Clericus Julius Stoccus testis interfui /

Ego Didacus Arcurius testis interfui /

 

Presentibus s(ubscriptis) testibus /

Aurelio Gentile ai contratti Judice /

D. Petro Francisco Foco /

Clerico Ludovico Pallone /

Josepho Cerminara /

Clerico Didaco Arcuri /

Clerico Julio Stocco /

Clerico Gregorio Mastroianni /

(ST) /

 

Idem ut supra Notarius Joannes Angelus Mesoraca

manu et signo propriis signavi.»

 

 

Il raro signum notarile di Giovanni Angelo Mesoraca

Tutti i diritti riservati © Antonio Maria Adorisio
 

 

 

(continua)




[1] Ughelli, Italia Sacra, IX, 284.
[2] Questo notaio manca a V. M. Egidi, Signa tabellionum ex Archivo Publico Consentino, Roma, 1970 (Fonti e Studi del Corpus membranarum italicarum, V).

lunedì 8 aprile 2019


2 - Martirano.

 




Iscrizione di Filippo de Matera.


Nell’antica cattedrale di Martirano, distrutta da ripetuti terremoti (particolarmente quelli del 1638, 1783 e 1905)[1], esisteva una memoria sepolcrale di un suo vescovo: Filippo de Matera (ca. 1205-1238)[2]. Il nome di questo personaggio è legato nelle narrazioni storiche a quello di Federico II di Svevia, al cui seguito compare nella solenne consacrazione della cattedrale di Cosenza ricostruita da Luca di Casamari[3]. Nel diploma del 30 gennaio 1222 che ricorda l’evento Filippo è nominato e si sottoscrive tra i prelati che officiano la cerimonia religiosa alla presenza dell’Imperatore.

Un personaggio di rilievo, ma non senza ombre. Studi recenti hanno portato alla luce un processo per sodomia a suo carico nel 1238, che alcuni leggono come un atto repressivo del Papato per la sua vicinanza a Federico II nell’ambito dei contrasti tra Chiesa e Impero[4]. Ai nostri giorni, con tanti scandali a sfondo sessuale che hanno coinvolto eminenti prelati, l’accusa rivolta a Filippo non appare incredibile, ma a distanza di secoli, quel che veramente è stato sfugge ad ogni verifica della storia e impone prudenza e cautela di giudizio.

Filippo, in ogni caso, è un personaggio che emerge dalle fonti scritte accanto a personalità che hanno segnato la storia della Calabria e d’Italia e ne arricchisce il quadro di contorno.

Oltre che alle scritture, il suo ricordo era anche affidato alla sua sepoltura nella Cattedrale della sua diocesi. Alcuni secoli dopo, un altro vescovo, Francesco Monaco (1592–1627)[5], che si riconosceva imparentato alla famiglia di Filippo, ne volle rinvedire il ricordo apponendo presso l’altare dei defunti una circostanziata epigrafe marmorea.

Sin oggi questa epigrafe è stata conosciuta per via della trascrizione (non priva di errori) datane da Pietro Vincenti nell’opera Teatro de ... Protonotarii, pubblicata a Napoli nel 1607[6].

Ora una nuova testimonianza emerge da carte manoscritte di Giuseppe Alferi Ossorio, nobile aquilano, ricercatore di storia del Regno meridionale, vissuto tra la fine del sec.XVI e ancora in vita nel 1624. Il suo archivio, o, forse, una sua parte, ricca di carte e appunti relativi all’intero territorio del Regno napoletano, Calabria compresa, è comparsa ed è andata dispersa in anni recenti sul mercato antiquario.

Per puro caso ho potuto acquistare un fascicoletto di pochi fogli con appunti di contenuto vario (fra cui due strofe di una volgarizzazione in versi della leggenda agiografica di S. Nicola di Bari, da me pubblicate in questo stesso Blogg nel luglio 2010).

Nel fascicolo è presente una scheda su Filippo de Matera, del quale viene riportata l’epigrafe della Cattedrale in una trascrizione attenta e corretta, esente dagli errori presenti nella copia pubblicata dal Vincenti, che qui trascrivo e riproduco per i ricercatori di memorie storiche medioevali:

 

FILIPPO DI MATERA.
In Ecclesia Cathedrali Marturanensi ad aram pro defunctis privilegiatam in marmorea tabula legitur:
D.O.M.
Philippo de Matera Ex urbe Consentia Brutiorum Metropoli Episcopo Marturanensi Friderici Secundi et Constantiae eius uxoris Augustae Regni Utriusque Siciliae Magno Cancellario, Qui anno a Virgineo Partu Millesimo ducentesimo vigesimo secundo interfuit dedicationi Majoris Ecclesiae Consentiae, Franciscus Episcopus Marturanensis viro optimo et ex materno genere coniuncto ob Deliam Hyeronimi ex familia de Matera Patritij Consentini filiam, ex qua et Joanne Paulo ex familia Monaco Patricio Consentino et Pontificij et Caesarei Iurisconsulto coniugibus idem Franciscus natus est, et ut in vetustate iacentem a temporum iniuria vindicaret hoc amoris sui monumentum posuit Kalendis Martij anno a Jesu Christo nato millesimo sexcentesimo quarto Clemente Octavo Pontifice Maximo anno eius decimo tertio Philippo Tertio de Austria regnante anno Regni eius sexto, et Episcopatus eiusdem Francisci Monaci Anno duodecimo.

 


© Antonio Maria Adorisio
 

[Traduzione:] A Dio Onnipotente e Misericordioso. A Filippo di Matera della città di Cosenza, metropoli dei Bruzi, Vescovo di Martirano, Gran Cancelliere di Federico II e di Costanza sua moglie Augusta del Regno delle Due Sicilie, che nell’anno del parto della Vergine 1222 intervenne alla consacrazione della Chiesa Cattedrale di Cosenza, Francesco Vescovo di Martirano, all’uomo ottimo per parte materna congiunto tramite Delia figlia di Gerolamo della famiglia Matera patrizio cosentino, dalla quale e da Giovanni Paolo della famiglia Monaco patrizio cosentino, giureconsulto pontificio e cesareo, coniugi, Francesco stesso è nato, questo monumento offeso dal tempo e giacente nell’incuria per amor suo fece ripristinare il 1 Marzo dell’anno di Cristo 1604, tredicesimo anno di Papa Clemente VIII, sesto del regno di Filippo III d’Austria e dodicesimo dell’episcopato del medesimo Francesco Monaco.

 

         Francesco Monaco non immaginava certo che l’iscrizione da lui dettata e la tavola marmorea su cui era incisa sarebbero state travolte dal tempo e dalla forza della natura e la memoria sarebbe sopravvissuta solo nelle trascrizioni di due studiosi. La scrittura ha superato le avverse vicende ancor più che la lapide marmorea, salvando la memoria e riproponendone la storia.

         A Francesco Monaco, vescovo di Martirano, il cistercense Giacomo Greco di Scigliano, monaco del monastero di San Giovanni in Fiore, dedica nel 1612 la sua Chronologia di Gioacchino da Fiore[7], frutto di una ricognizione delle memorie storiche dell’Abate.

© Antonio Maria Adorisio


         Giacomo Greco motivava la dedica a Francesco Monaco con l’amore e l’interesse che il Vescovo manifestava per la tradizione storica, in consonanza, possiamo aggiungere, con le motivazioni che lo avevano spinto a raccogliere le superstiti memorie gioachimite. Per loro, come, forse, anche per noi, la conoscenza del passato, oltre che dilettare, può giovare a riqualificare il senso del presente e a rafforzare i legami identitari con i territori che, vivendo, attraversiamo.

(Continua)

 




[1] Ministero della educazione nazionale, Elenco degli edifici monumentali, LVIII-LX Catanzaro-Cosenza-Reggio Calabria, a cura di Alfonso Frangipane, Roma, Libreria dello Stato, 1938, p.41;  Storia della Calabria. Le cattedrali, a cura di S. Valtieri, Gangemi, 2002, pp.335, pp.157 e sgg.
[2] Kehr, Italia pontificia, X, pp. 118-119; Kamp, Kirche und Monarchie..., vol.2, pp.863-869.
[3] V. M. Egidi, Regesto delle pergamene dell’Archivio Capitolare di Cosenza, a cura di R. Borretti, Cosenza, 1996, p.11, n.3; F. Burgarella, Dalle origini al medioevo, in: Cosenza. Storia Cultura Economia, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 1992 (?), pp.12-70.
[4] Il 26 maggio 1238 Gregorio IX incarica l’Arcivescovo di Cosenza e il vescovo di Bisignano d’indagare sulle dicerie che accusavano Filippo di Matera di gravi vizi, sembra sodomia. Si veda Julien Théry-Astruc, Luxure cléricale, gouvernement de l'Église et royauté capétienne au temps de la "Bible de saint Louis", in Revue Mabillon, 25, 2014, p. 165-194, specificamente, p. 174, 186 n.100; e Julien Théry-Astruc, "Excès" et "affaires d'enquête". Les procédures criminelles de la papauté contre les prélats, de la mi-XIIe à la mi-XIVe siècle. Première approche, in La pathologie du pouvoir: vices, crimes et délits des gouvernants, a cura di P. Gilli, Leyde: Brill, 2016, p. 164-236, e specificamente p. 192 nota 92 e p. 214 [da L. Auvray, Les registres de Grégoire IX: recueil des bulles de ce pape, Paris, E. de Boccard, 1896-1955, II, coll.1034-5, n° 4377].
[5] Eubel, Hierarchia Catholica, vol. IV, p.233.
[6] Pietro Vincenti, Teatro de gli huomini illustri, che furono protonotarij nel Regno di Napoli. Composto dal dottor Pietro Vincenti della città d'Ostuni. Cominciando da gli rè normandi sino à gli austriaci con vn breue discorso di alcune famiglie, notate nella seguente carta, & indice delli protonotarij, & de l'altre cose notabili, Napoli, Gio. Battista Sottile, per Scipione Bonino, 1607, p.146. Anche UGHELLI, Italia Sacra, 1721, IX, 277.
[7] Giacomo Greco, Ioacchim Abbatis et Florensis ordinis chronologia, Cosenza, per D. Andrea Riccio, 1612.